Traina al dentice in Sardegna col calamaro vivo

Dentice a traina in SardegnaSono le 4,00 ed è ancora buio qui al porto di Alghero. La barca è pronta, una scaldatina ai motori e via! Stiamo uscendo con il favore delle tenebre per insidiare qualche bel calamaro da usare come esca per la traina di fondo al predone dei mari: sua maestà il Dentice (Dentex Dentex). Tutto l’equipaggio (oggi siamo in tre), si dispone in modo silenzioso e corretto ai propri posti per la manovra che ci porterà nel canale d’uscita.

E’ una tranquilla mattina di giugno, una leggera brezza da terra increspa la superficie del mare che appare nero come l’inchiostro. Salpati i parabordi ci avviamo alla nostra posta con il sommesso borbottio dei motori a farci compagnia. Il cielo di Sardegna brilla in un caleidoscopio di stelle nel quale riusciamo chiaramente a distinguere alcune costellazioni. Il profumo di caffè sale dalla cambusa fin sul fly rendendo magica ed avvolgente l’atmosfera che stiamo vivendo. Ora con un buon caffè caldo da sorseggiare cresce l’euforia per la giornata di pesca che ci attende e che sembra promettere bene. Siamo arrivati.

Il fondale di posidonia che si trova sotto di noi è il luogo ideale per incontrare i nostri amici cefalopodi. L’ecoscandaglio a colori indica che sotto di noi c’è molta vita, bene! E’ giunto il momento di calare le nostre totanare. Spengo i motori e ci lasciamo scarrocciare lentamente dalla corrente, l’aria è fresca ed una leggera incerata si rende necessaria. L’atmosfera intorno a noi è surreale, tutto è immobile, il silenzio ci riempie le orecchie e ci rende felici di essere lontani anni luce dal caos della città, immersi come siamo tra cielo e mare.

Non passa molto tempo ed al transito del branco abbiamo la prima abboccata multipla ed ecco che quattro bei calamari finiscono nella vasca del vivo. Io che ne avevo allamati due, mi sono ritrovato “ciringato” come si dice da queste parti, da un fiotto di inchiostro sparato da uno dei due calamari e che mi ha colpito in pieno. Mentre tra l’ilarità generale mi sciacquo nel pozzetto con la doccetta calda, vi risparmio le battute dei miei compagni d’avventura che non ce la fanno più dalle risate…

Dopo diverse tornate coronate da alcune catture, percepiamo il suono di uno sbuffo, poi un altro e un altro ancora, sono arrivati i delfini. Sicuramente affascinante ma possiamo dire addio ai calamari che infatti scompaiono spaventati dai temibili predatori. Comunque abbiamo esca sufficiente per la nostra battuta e per una bella grigliata serale, nel caso la pesca non fosse proficua …

Nel frattempo le luci dell’alba iniziano a schiarire il cielo rubando gradualmente la scena alla miriade di stelle che sino a poco prima brillavano sopra di noi. Lo spettacolo è incredibile: l’atmosfera è tersa e ad est un’ esplosione di colori squarcia il blu cupo della notte impossessandosi gradualmente della volta celeste. Il profilo della costa, invisibile sino a pochi istanti prima, inizia a delinearsi come fosse un tratto impresso dalla mano di un disegnatore. Intorno a noi l’acqua, nera sino a quel momento, inizia a riflettere le sfumature di cui si sta vestendo il cielo tingendosi di viola, di rosso, di rosa, di arancio e di altre mille tonalità colorate.

Quando mi dicono che sono matto ad alzarmi così presto per andare a pescare, rispondo sempre che i matti sono loro che stando a letto si perdono questa meraviglia della natura! Infatti al di là della pesca e del pescare, le emozioni che si possono provare durante un’esperienza del genere ti fanno capire quanto sia bella la vita e quanto magnifico sia il creato. Ora che il sole inizia a fare capolino, potrei anche tornare a letto a dormire, ho già vissuto una delle cose più belle e romantiche che la natura possa riservarci, come assistere dal mare il momento in cui la notte in punta di piedi cede lo spazio alla luce ed al giorno che verrà. Ma non posso, anche perché non ho la certezza che i miei “soci” siano romantici quanto me, e loro vogliono pescare!

Raggiungiamo la nostra zona di pesca, il fondale si presenta misto con sbalzi di roccia intervallati da praterie di posidonia e qualche chiazza di sabbia. L’affondatore e l’armatura in fluor carbon a doppio amo sono pronti per accogliere il primo calamaro, prima però caliamo a poppa una grossa ancora galleggiante che servirà a rallentare il nostro moto poiché anche con un solo motore saremmo troppo veloci per l’esca viva e rischieremmo di rovinarla. Grazie alla vasca del vivo con acqua di mare corrente, l’esca si presenta vitale ed in perfetto stato.

Inneschiamo il primo calamaro e delicatamente lo filiamo giù verso il fondale, affidandogli tutti i nostri sogni e speranze. Anche vederlo scomparire lentamente nel blu cobalto del mare, con i suoi magnifici colori cangianti ha un che di magico… Non ci resta che tenere d’occhio le mire a terra supportate dall’uso di gps ed ecoscandaglio, ed attendere il tanto agognato strike!

La canna preposta, una Daiwa a ripartizione di carico in carbon-kevlar da 8-12 lbs. attrezzata con un ottimo mulinello Alutecnos, si piega vistosamente sotto il peso della “cannon ball” dell’affondatore formando un deciso arco ad “U”. La velocità di traina si attesta intorno a 1,5/1,7 nodi e con un certo impegno cerco di mantenere la rotta seguendo la batimetrica. L’ecoscandaglio conferma che il fondale è quello giusto e lentamente ci dirigiamo verso degli scogli isolati che in passato hanno già dato i loro frutti.

Di tanto in tanto dobbiamo regolare la profondità dell’esca agendo sull’affondatore vista l’irregolarità del fondale. L’unico motore acceso spinge lentamente la barca generando a poppa un turbinio di acqua e bolle d’aria. Un gabbiano ci vola intorno incuriosito e cerca di capire se può esserci “trippa” per lui: “Vai amico! Oggi ti dice male! L’esca è a fondo! La prossima volta faremo drifting e vedrai che avanzerà qualcosa anche per te!”

I minuti passano e non accade nulla, chissà cosa sta succedendo all’altro capo del filo… Magari il calamaro si è staccato! Oppure è stato coperto da un’alga e non è più appetibile… Chissà, magari un dentice grosso e furbo lo sta guardando e notato l’inganno se la ride alle nostre spalle… Questi ed altri mille pensieri affollano la nostra mente mentre cerchiamo di inventarci cose da fare per ingannare l’attesa.

Poi, in un istante la canna si flette ulteriormente per poi distendersi, che sia il fondo? Il tempo di porsi questa domanda e la canna si trova già tra le sapienti mani di Ignazio che ferra deciso, dopodichè riprende a vibrare sotto le testate decise del dentice che cerca di liberarsi: è fatta! Ora tutto è nelle mani dell’angler e nell’affidabilità dell’attrezzatura.

Tolgo il motore, Gian corre a salpare affondatore e ancora galleggiante e Igna combatte. Senza rendermene conto la mia mente corre ad analizzare la bontà dell’attrezzatura in uso: canna e mulinello sono ok, il filo “Ande Tournament” è nuovo, la girella Sampo da 60 lbs. è il meglio che si possa trovare in commercio, i nodi che la congiungono alla lenza madre ed al terminale sono i soliti ed affidabili da ormai più di 25 anni, il terminale in fluor carbon dello 0,70 è nuovo e così anche gli affilati ami della Tubertini. Tutto è a posto, tutto è in ordine, ma l’esperienza mi dice che non basta, qualcosa può sempre andare storto, qualcosa può sempre accadere e ridare la libertà al “Predone” che là sotto fa il diavolo a quattro per guadagnarsi la libertà, se poi consideriamo che stiamo pescando in light tackle….

L’adrenalina è alle stelle e la fiducia aumenta man mano che viene recuperata lenza: “Eccolo! Eccolo!” esclama Gian con voce emozionata. Una bella sagoma dai colori brillanti e marmoreggiati sbuca dal blu profondo: “è un Dentice! È bello grosso! Il tempo di gioire, di sognare, di soppesarlo a spanne e di vederlo al forno con le patate che… zac! La canna si raddrizza e torna ad essere inerte, desolatamente immobile. Un “porc!” esclamato dall’angler, un “fantasma” che “cade” esausto sul fianco e torna a guadagnarsi il fondale e i nostri sogni da buongustaio si infrangono su questa cattura mancata per un pelo: “pazienza dai! È buono per la prossima volta…”

Si sdrammatizza, ma il disappunto dell’equipaggio è palpabile, fortunatamente dura poco. Ora il sole è più alto in cielo, inizia a fare caldo anche se ora si è alzato un maestralino che di tanto in tanto si fa sentire. “Avanti, sotto con il prossimo calamaro!” Ripetiamo con perizia tutta l’operazione e Ignazio nel deporre in acqua il cefalopode lo bacia e gli dice:”vai e colpisci!”

Riprendiamo a trainare lentamente, nel frattempo “qualcuno” ha la buona idea di stappare un prosecchino che con qualche salatino e qualche oliva ci sta proprio bene! L’umore è tornato alto, il contesto naturale in cui ci troviamo è fantastico e la giornata, dal punto di vista meteo-marino, è ottima. Speriamo solo di avere almeno un altro incontro, mal che vada ci papperemo i calamari! Il tempo passa e cambiamo esca per averla sempre vitale e attraente. Altro bacio “in fronte” al calamaro e altra frase di buon auspicio, caliamo.

Il tempo di arrivare al fondo e mettere in trazione la lenza che la canna sussulta in modo anomalo: ”oh! Guarda che hai preso il fondo!” esclamo io con tono scettico. Non faccio in tempo a dirlo che la canna si raddrizza, segno che il filo si è staccato dalla molletta di ritenzione che si trova sulla palla di cannone, e poi sussulta di nuovo. Questa volta ci ha colti impreparati. Chi se lo aspettava? Nemmeno il tempo di scendere!

È la volta di Gianfranco che impugnata la canna ferra ed inizia il combattimento. E la mia mente che fa? Esattamente quello che ha fatto prima! Ripercorre per l’ennesima volta la buona costruzione del calamento… è più forte di me… Le preghiere si sprecano e anche Gianfranco che è impegnato nel combattimento ha le dita dei piedi incrociate.

Questa volta la parte del nocchiero tocca a me: ”eccolo! Evvai è un altro bel Dentice! Oh: se lo perdi questa sera offri aragosta alla catalana e Champagne per tutti ok?!” Ignazio svelto come un furetto ha già salpato tutto il salpabile che poteva dare noia al recupero. Il Dentice lotta ma è vicino ormai. Si nota la sua splendida livrea rosata picchiettata di blu e il grande occhio giallo. È davvero vicino:”dai dai!”

Ignazio nel ruolo di wireman prende il capiente guadino e lo fa scivolare lentamente sotto il grande pesce che esausto cede e cade definitivamente nelle nostre mani! La gioia è alle stelle e gli abbracci per la buona riuscita dell’azione non si contano. Il pescione è a pagliolo ed i suoi colori sono brillanti e che grossi canini aguzzi! Dopo averlo slamato, provvediamo a pesarlo: 7,650 kg. non male no?

Soddisfatti e stanchi a nostra volta, decidiamo che per oggi basta pesca e ci dirigiamo verso una splendida ed ospitale caletta nelle vicinanze per rilassarci un po’ e per prepararci una bella spaghettata bagnata da dell’ottimo vermentino di Gallura. Gettiamo l’ancora su di un fondale di sabbia bianchissima che pare di essere in piscina. Si parla e ci si racconta di esperienze di mare, di pesca, di quella volta che quel tonno grosso così ci ha fatto fessi e se ne è tornato beato a nuotare chissà dove nel mare nostrum.

L’abbiocco post prandiale ci coglie mentre sulla prua della barca ci godiamo il sole caldo ed il dolce dondolio che ci rapisce portandoci tra le braccia di Morfeo. Nel dormiveglia ripercorro le immagini di questa splendida giornata trascorsa in compagnia e che non vedo l’ora di ripetere, certo che i miei amici stiano facendo lo stesso. Così dolcemente, il sonno arriva portando con se nuovi sogni sulle prossime avventure di pesca nel meraviglioso mare di Alghero.

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